La bussola del cervello: solo la conoscenza può evitare le paure

E se il nostro cervello fosse inadatto alla modernità?Come un pc di 20 anni fa sul quale venisse installato un programma di ultima generazione, il rischio che spesso si impalli è altissimo, perché l'hardware non è stato progettato per quel tipo di software. I limiti o, meglio, i bias cognitivi assomigliano a queste difficoltà nel processare informazioni che la modernità e una scienza rapidissima nello scoprire la realtà che ci circonda sottopongono al nostro cervello. Basti pensare all'immensa mole di informazioni distorte che leggiamo sul web, selezionando spesso quelle che assecondano le nostre credenze. Sbagliamo (anche) nel cogliere la differenza tra rischio percepito e rischio reale. Ad esempio, una volta stabilizzato in età matura l'assioma «Biologico, quindi naturale, quindi sicuro e buono», o il suo reciproco «Ogm, quindi innaturale, quindi cattivo e pericoloso», pochissimi sono in grado di cambiare idea, anche di fronte a schiaccianti evidenze contrarie, come ben spiega la teoria del ragionamento motivato, perché questo provocherebbe un forte disagio emotivo e identitario, ovvero una dissonanza cognitiva. Si preferisce, piuttosto, manipolare le proprie (e altrui) convinzioni, escludendo informazioni contrarie.


Da qualche decennio, le neuroscienze cognitive e l'economia comportamentale suggeriscono che l'architettura delle nostre scelte non segue un metodo razionale, ma è spesso dettata da un passato evolutivo che ha scolpito i meccanismi che sovrintendono alle scelte del nostro cervello. Ben tre premi Nobel in economia sono stati assegnati a questo concetto di razionalità limitata nelle scelte decisionali, Simon (1978), Kahneman (1992) e Thaler (2017). A questi vanno aggiunti psicologi ed evoluzionisti, tra cui Gigerenzer e Nesse, i quali hanno spiegato che se abbiamo difficoltà a valutare il presente è perché questo ci pone di fronte a scelte evolutivamente non previste. Il nostro cervello, ben adattatosi al periodo in cui l'uomo viveva in piccole tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori nella savana del Pleistocene, riesce a valutare la modernità solo con grande fatica, commettendo «errori sistematici di valutazione» chiamati bias cognitivi. Questi, secondo la psicologia evolutiva, sono frutto del fatto che il nostro cervello si è plasmato per millenni secondo i problemi tipici della sopravvivenza nella savana - fuggire dai predatori, competere con gruppi rivali, prendere decisioni a breve termine basandosi su dati scarsamente complessi - e poi non ha avuto il tempo di adattarsi al cambiamento, alle conquiste, ai problemi delle società complesse e tecnologiche.


Ecco perché la scienza e i suoi dati contro-intuitivi sono difficili da capire per il nostro cervello. Ce lo suggerisce la storia evolutiva assieme alla storia recente, costellata di scelte irrazionali che ci hanno condotto a guerre, epidemie e carestie. Per questo noi oggi spesso sbagliamo nel valutare le probabilità, i rischi e le innovazioni scientifiche come i vaccini e gli Ogm, o fenomeni come la Xylella, o le pseudo-cure come l'omeopatia. Eppure potremo affrontare le sfide del futuro solo se collettivamente saremo in grado di laicizzare le decisioni, compiere scelte razionali, basate su prove, utili al bene comune, e che possano essere accettate dai più.

Far familiarizzare i cittadini, a partire dai giovani, con i bias del nostro cervello, per assicurarci un futuro migliore, è la sfida di oggi. Nel modo in cui la politica sta iniziando a usare questi limiti cognitivi, abbinandoli a strumenti di profilazione di massa delle preferenze individuali ieri inimmaginabili, c'è il pericolo di una totale divaricazione tra narrazione e percezione della realtà. Il metodo scientifico è un portentoso antidoto a questo scenario, ma per farlo funzionare dobbiamo essere tutti costantemente allenati, a partire dalle elementari. Dalla capacità di discernimento di ciascuno passa il confine tra la costruzione di una società democratica e libera improntata all'innovazione o un regime populista governato da istinti, oscurantismo e tribalismo identitario.

ILMESSAGGERO.IT

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